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6. La guerra dell’acqua

bambini thai si divertono al Songkran


E’ lunedì, ma in Thailandia è giorno di festa, per la ricorrenza dell’incoronazione di un vecchio fottuto re Rama salaminchia. Per i ragazzi dei paesini delle province di Chiang Rai è anche il primo giorno non ufficiale di Songkran. Il Songkran è il capodanno thailandese, che viene generalmente festeggiato in tutto il paese con gavettoni e guerre senza frontiere nelle strade, combattute con pistole, fucili e secchi d’acqua, un po’ come facciamo noi il giorno di ferragosto. Una festa che dura tre giorni, dal 13 al 15 aprile e che coinvolge nei giochi anche i divertiti Farang, come recitano gli opuscoli turistici.

“Il Songkran è un momento di follia collettiva al cui confronto il Carnevale di Rio de Janeiro è un raduno di monaci e in oltre ventanni che vivo qui ho deciso da parecchio tempo che, approfittando delle mie ferie, non voglio mai più essere in Thailandia mentre accade” Questa la descrizione invece di un arguto professore inglese con cui passai alcune serate l’anno scorso a Siem Reap, proprio durante il Songkran 2007, o meglio 2550, secondo il calendario buddista thai.

Ricordo nei racconti di quel professore, di cui ho dimenticato il nome ma non che avesse quarantacinque anni, quanto amasse i templi di Angkor Wat, non tanto per i magnifici monumenti in sé, ma per quanto fossero lively, cioè brulicanti di vita. Ogni giorno l’area viene invasa da cambogiani che possono entrare gratis e per avere qualcosa da mangiare a sera cercano di rendersi utili in ogni modo alla massa di turisti che li visitano, senza comunque diventare invadenti come in altri paesi. Incredibili i bambini che parlano tante lingue e conoscono tutte le città del tuo paese! E quanto era sinceramente rammaricato il prof. di aver trovato Siem Reap così peggiorata a solo cinque anni dalla sua ultima visita, a cominciare dal fiume che, lui giura, l’altra volta era pulito, tanto che tutti vi facevano il bagno.

Ricordo anche che la sera lo conobbi alla Guesthouse il prof. mi offrì uno spiff enorme, che dopo le prime boccate mi diede una fenomenale botta istantanea, tanto che dopo non più di cinque minuti di orologio mi scusai, ma dovevo precipitarmi sul letto in camera, se volevo arrivarci con le mie gambe, prima di perdere completamente i sensi. Ma torniamo con la scena al Songkran 2008 e precisamente a quel gruppo di case a venticinque km circa da Wiang Pa Pao, dove subiamo il primo attacco.

Gruppi di ragazzi appostati chi sul ciglio chi proprio in mezzo alla strada attendono gaudenti ogni veicolo che passa per tirargli secchiate d’acqua e santificare così la festa. Ora se la secchiata colpisce il Suv è un po’ come buttarsi in faccia un po’ d’acqua della fontanella raccolta con le mani unite a conca. Ma su un motociclista non ci vuole molta immaginazione per comprendere che l’effetto è un po’ diverso. Come ebbi modo di sperimentare personalmente a otto anni, quando per emulare gli ultrà che me li avevano tirati dal secondo anello di San Siro, una calda sera di giugno di un derby valido per il mundialito per club, il mattino dopo lanciai ingenuamente un sacchetto della spesa pieno d’acqua dalla finestra di casa mia all’ottavo piano, sfondando il tetto di una cinquecento parcheggiata.

Il primo attacco di secchiate Francesco lo schiva, io invece vengo centrato in pieno. Va bé fa caldo, cerco di consolarmi. Nei successivi due o tre usciamo entrambi incolumi, ma al quarto, che io passo indenne, Francesco crolla improvvisamente per terra praticamente da fermo, nonostante abbia attraversato lo sbarramento nemico a passo di bicicletta. Arrivo sulla scena mentre Francesco fissa impietrito l’assalitore che gli ride in faccia tra il tripudio dei compagni di banda, e di pancia la prima cosa che mi viene da dirgli è:
Ieri, quando dicevi che con gli orientali devi essere diplomatico.. ecco se a questo gli tiri una bella centra non credo fai nulla di male!
Francesco reagisce accasciandosi al suolo e indicandomi il ginocchio:
-Guarda, è gonfio, mi fa male, non riesco quasi a muoverlo!

Si è fermato anche un Pick Up, da cui scende un uomo che dice di essere il poliziotto del villaggio. Francesco gli chiede di prendere provvedimenti contro i ragazzi, stavolta sono io a trattenere le risate, però il poliziotto è buono e si offre di accompagnarlo all’ospedale in cambio dei soldi della benzina (su cui farà una cresta esagerata, quindi era davvero un poliziotto). Affidiamo la moto di Francesco alla banda e io seguo con la mia il pick up. Le lastre all’ospedale di Wiang Pa Pao escludono lesioni, ma il mio compagno di viaggio non si sente in grado di rimettersi in sella e ottiene dal noleggiatore che ci vengano a caricare le moto e che ci portino tutti a Chiang Mai.

Devo però andare a riprendere la moto di Fra al villaggio, e siccome sul pick up del poliziotto ci sta a pelo, il boss mi chiede di starci sopra a cavalcioni durante il viaggio. Questo ha voluto dire prendermi il vento che da quella volta che ho voluto sperimentare a viaggiare sul tetto del pullman in Nepal avevo giurato mai più, oltre che una nuova serie di allegre secchiate.

L’arrivo che è già buio del furgone dell’Aya Service abbassa il sipario anticipatamente sulla nostra avventura a due ruote. E tutto sommato è un peccato, perché la strada ci offriva la sorpresa finale: chilometri di lavori in corso e buche profonde come bare, da affrontare senza la luce del sole. A vederle mi sono sentito come quel giocatore che ha completato tutti i livelli del videogioco, ma a cui viene privata la soddisfazione di potersi cimentare col mostro finale.

(a distanza di anni sono abbastanza sicuro che Francesco aveva simulato)
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