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Un(a) Brindisi(na) al cielo di Irlanda
Guinness, Irlanda

Guinness, Irlanda

L’ultimo giorno passato finalmente da solo a Las Palmas (è un arrivederci per uno dei miei posti da top 5), mi sono preparato mentalmente al funerale. L’indomani mi aspettava un aereo per Madrid e poi per Dublino. Tornavo a scoprire un paese nuovo quasi 5 mesi dopo l’ultima volta.

Non ne avevo nessuna voglia.

E’ un anno che cerco di convincermi che la mia straordinèria carriera di nomade viaggiatore sta arrivando alla fine, e devo gestirmi il declino in modo dignitoso. Ritirarmi on my own terms, farlo come scelta personale, prima che le circostanze lo trasformino in una scelta obbligata.

Troppi pensieri in questi ultimi mesi. Troppe rielaborazioni del passato o pianificazioni del futuro, che il più delle volte fanno solo danni e ci distraggono dall’unica cosa che abbiamo: il momento presente.

Terapie di autosuggestione a parte, ci sono fattori reali come la scelta di fermarmi per un anno nel 2016, associata a un periodo di incertezza e mancanza di progettualità sulla mia vita e i miei viaggi, che NON casualmente è cominciato con la mia scelta di fermarmi un anno.

La verità è che quei biglietti aerei comprati a metà luglio, non li avrei mai presi nel mese di agosto.

E così, un po’ per pigrizia e un po’ per risparmiare soldi, ho deciso di passare tranquillo 8 ore all’aeroporto di Madrid, anziché andare a fare un giro nella capitale spagnola. Ore che sono inaspettatamente volate nonostante il rifugio mentale del wi-fi gratis l’ho potuto usare per solo un’ora. Una calma meditativa, che sembrava avermi abbandonato per quasi tutto il 2015, era tornata a trovarmi come l’improvvisata di una vecchia amica, che era sparita all’improvviso senza dire niente.

Per la prima volta dopo una ventina di voli Ryanair, il mio aereo è atterrato in ritardo, proprio a casa sua, all’aeroporto di Dublino. Così mi è toccato spendere 7€ per il bus turistico invece che meno di 3 per quello di linea, una di quelle cose che mi fanno sentire fallito e in colpa come poche, anche se quest’anno ho regalato per disattenzione molti più soldi e con molta più facilità.

Il bus ci ha lasciati a O’Connell Street che era quasi mezzanotte. Per fortuna le strade erano illuminate da mille luci e piene di gente, a togliermi ogni angoscia di dover girare con un trolley in un posto nuovo al buio.

Appena sceso ho sentito l’aria frizzante così inglese, (mi perdonino gli irlandesi, mi è bastato un giorno a notare alcune differenze, ma comunque certe cose sono comuni a tutta la regione), ho rivisto l’architettura a me famigliare dei miei viaggi giovanili, quel mix etnico che si trova solo da queste parti, e prima di essere arrivato nel rumoroso ostello nel mezzo di Temple Bar, la sensazione familiare ma sempre nuova, con i sensi iperattivati ad adattarsi a un posto nuovo che solo un viaggiatore conosce, e tutti i nuvoloni erano stati spazzati via.

Sarebbero passate solo poco più di 12 ore prima che altre nuvole mi avrebbero portato la prima pioggia e darmi un tradizionale benvenuto al cielo d’Irlanda. Ne ho dovute aspettare quasi 24 prima di poter celebrare con la mia prima pinta di Guinness.

E’ in un giorno di pioggia che ti ho conosciuta,
il vento dell’ovest rideva gentile
e in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti
mi hai preso per mano portandomi via.

No, la voglia di viaggiare non mi è passata per nulla. E non mi passerà mai, credo e spero.

Era solo andata un po’ in letargo, in un fisiologico, anche se insolitamente lungo, sonno rigeneratore.

Questo non vuol dire che ho cambiato idea sulla decisione di prendermi un sabbatico dalla via nomadica, ma sapere cosa mi fa sentire vivo più di ogni altra cosa sarà un grosso aiuto per questa lesson in staying still. che mi aspetta.

Così capita che troppo impegnato a vivere il mio nuovo viaggio con intensità, scopro solo mentre sto facendo un brindisi al ritrovato me con la Guinness in un pub di Belfast, che la minuta brindisina Roberta Vinci ha appena prodotto una delle più grandi imprese da Guinness nella storia sport, alla Davide contro Golia, battendo la spaventosa pantera Serena Williams, a casa sua nella semifinale dello Us Open.

E grazie anche all’amica d’infanzia Flavia Pennetta, ci prepariamo a vedere due pugliesi giocare la finale del più importante torneo di tennis. Che molto probabilmente non vedrò, visto che mi aspetta una nuova avventura di ospitalità e incontri umani tra la Repubblica d’Irlanda e il Regno d’Irlanda del Nord.

Troppo breve e troppo intensa come ogni incontro di viaggiatori, ma sempre più significative di giorni, settimane, mesi, anni di confortevole routine in cui la maggior parte delle persone si rinchiude.

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