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Upwork, la disperazione della GIG economy

upwork

Ho passato le due settimane passate a monitorare e candidarmi per le offerte di lavoro editoriali sulla piattaforma Upwork. Ecco i risultati di una deprimente storia del lavoro ai tempi della GIG economy.

Per chi non lo sapesse, Upwork è un servizio di intermediazione di lavori a progetto, dove c’è una  desolante gara al ribasso, e nonostante ciò, per ogni annuncio, nel giro di un paio d’ore ci sono dozzine di proposte di chi si offre a scrivere un articolo o fare una traduzione che richiedono almeno un’ora di lavoro a 20$, quando è tanto.

Mi ci ero registrato qualche anno fa, quando si chiamava E-Lance e non si prendeva un vergognoso 20% di commissione per l’intermediazione come fa adesso, e lo avevo presto abbandonato.

Senonchè, inaspettatamente, lo scorso 15 di giugno, ho ricevuto una mail, con questa notifica di Upwork:

Hi Livio,
I’d really like to invite you to apply to our job as a freelance sport writer @ Sxxxx . Please review the job post and apply if you’re available.

(Ho rimosso il nome, perchè non ho intenzione di fare pubblicità gratuita al sito).

L’invito sembrava interessante, visto che si trattava di un lavoro a progetto a lungo termine da parte di un sito norvegese, e non di un lavoro una tantum. E con un monte ore e una paga minima decenti.

Anche se il fatto che fosse indirizzato a Livio, mi faceva temere a uno scambio di persona o un invito mandato col copia e incolla a chissà quanti.

Però la competizione non mi ha mai fatto paura.

E il fatto che so di avere la provata capacità di fare bene il lavoro richiesto, e il fatto di essere stato invitato (fosse anche per sbaglio) a candidarmi, è per me sufficiente a farmici provare almeno.

Ecco, cosa è successo da allora.

Schiavi digitali

Rispondo dando disponibilità entusiasta, specificando che se è necessario posso anche cambiare il mio nome in Livio (tra i requisiti richiesti c’era anche quello di avere senso dell’umorismo).

Dopo 4-5 giorni di silenzio, sollecito e finalmente mi risponde “eheh, mi sembra proprio che hai il profilo ideale..Btw, “Do you like football”?

Domanda strana, comunque rispondo al volo “non ho tempo di dirtelo adesso, che devo vedere Portogallo-Marocco 🙂 Seriamente, si mi piace tanto e ancora di più adesso che non sono più “addicted” come una volta. Tanto che credo di non essermi mai goduto i mondiali di calcio come questi“.

Passa un’altra settimana di silenzio.

La proposta di lavoro rimane “aperta”, gli intervistati sono insolitamente pochi, per cui gli richiedo “Hi, hai ancora bisogno del giornalista sportivo italiano”?

Dopo due giorni mi risponde “scusa per il ritardo, mi puoi mandare link di articoli che hai scritto”?

Mentre mi chiedo se ha letto il mio curriculum, se mi sta prendendo per il culo, perchè mi parla inglese se è in grado di leggere in italiano o è semplicemente un incapace totale, mi googlo velocemente, e gli metto 3 link (un’intervista, una cronaca e un pezzo “data driven” sul fantacalcio), da un paio di siti diversi.

Tutta roba vecchia di almeno un decennio, lo riconosco.

Tanto che gli dico, visto che il sito per cui dovrei lavorare è presentato come di calcio giovanile e dilettantesco, ma non ha contenuti visibili: che tipo di articoli hai bisogno? Commissionane uno di prova, dimmi che taglio vuoi, (e gli faccio diversi esempi di siti sportivi italiani e americani), e te lo faccio al volo gratis.

Dopo 47 ore in cui non ho ancora ricevuto risposta, il 28 giugno verso le 14 decido che ho perso abbastanza tempo con lui e con Upwork, e vado per ritirare la mia proposta.

Dai, aspettiamo almeno che siano passate 48 ore esatte, mi dico, e un’ora dopo ancora mi dico, ma si, lasciamola cadere e basta. Dimenticatelo, ma non fare il gesto formale di ritirarti. Non si sa mai. 

Così anzichè ritirare formalmente la proposta, mi propongo di dimenticarmela, che non si sa mai..

Prima di andare a dormire leggo un brano di The Black Swan, in cui spiega che “più aspetti e più dovrai aspettare, per una risposta” (a breve pubblicherò una recensione sul libro e riporterrò la spiegazione tecnica) e mi addormento pensando che domani mattina (oggi 29 giugno), avrei finalmente ritirato la proposta.

Upwork? Down human!

Nel frattempo, dal giorno della prima mail,  ho monitorato tutte le offerte di lavoro editoriali di Upwork con la parola chiave “italian” (potrei anche scrivere in inglese, ovviamente sarebbe uno sforzo maggiore, ma a che pro, quando pagano ancora meno che in italiano?) almeno due-tre volte al giorno.

Mi sono candidato a tutte quelle in cui avevo almeno un requisito, incluse quelle che pagavano una miseria e che poi non avrei accettato, giusto per vedere chi mi dava una possibilità.

Mi ha risposto un sito italiano di cinema, dove come prima domanda mi è fatto stato il test di ricordarmi una scena di un film italiano anni ’90, con una donna vestita da uomo coi baffi finti e borsalino nero.

Ho chiesto subito l’aiuto a Google, e ho trovato la stessa identica richiesta su un sito, deducendo ovviamente che era probabilmente il possibile datore di lavoro.

Dopo qualche minuto in cui ho giocato a Rischiatutto, cercando invano la soluzione su Google o nella mia memoria, ho ammesso all’intervistato che ho chiesto a Google e ho trovato quel sito.

L’intervistatore ha sorprendentemente glissato: “non capisco, comunque non ricordi, giusto?”

E non l’ho più sentito.

Chi mi dice che anche avessi dato la risposta, non la avrebbe pubblicata gratis e non mi avrebbe offerto nulla?

Non sospettavo della truffa quando gli ho rivelato di aver trovato la stessa domanda, ma il fatto che l’intervistatore abbia glissato e sia sparito è fortemente sospetto.

Tutti gli altri a cui ho mandato la mia offerta, non mi hanno degnato di una riga di risposta.

Cercare lavoro nell’Economia digitale

Eppure c’è qualche freelance che ha cominciato la sua carriera su siti tipo Upwork.

Costruisciti una reputazione e ti verranno a cercare. Non trovo la fonte e non ho intenzione di perdere altro tempo sulla faccenda, ma pare che anche e soprattutto nei siti di questo tipo  la distribuzione dei lavori rispecchia drammaticamente  l’effetto San Matteo. Per cui il ricco diventa più ricco, e la maggior parte dei lavori viene assegnata a chi ne fa già di più ed è conosciuto.

E comunque meno della metà dei lavori in Italia passano attraverso una ricerca pubblica. La maggior parte viene fatta a conoscenza, o per usare termini aziendalesi cialtroneschi “networking”.

Ricapitolando;

  1. Più della metà dei lavori in Italia non vengono commissionati con’offerta pubblica.
  2. Anche quando c’è un’offerta pubblica, spesso solo perchè obbligati dalla legge, i candidati sono pre selezionati e decisi a priori.
  3. Anche nei pochi casi in cui internamente non hanno candidati da proporre, per merito o per semplice conoscenza non importa, la gran parte di chi offre lavoro ignora le proposte che riceve (anche perchè spesso sono oggettivamente troppe per essere selezionate, e soprattutto perché il più delle volte non hanno la minima idea di come valutare i candidati) e invece cerca proattivamente i candidati.
  4. Quindi sbattersi a mandare curriculum e svendersi non serve a nulla?  Conviene più preparare una buona presentazione generale, fare cose, vedere gente, e sperare che qualcuno troverà te?
  5. Forse, non chiedere a me cosa è meglio fare.

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2 Comments

  1. Bel post. Io insegno inglese online, ai cinesi. Intrattenevo l’idea di lavorare con upwork ma l’ultima volta che mi sono loggato non riuscivo nemmeno a vedere la paga oraria e adesso, leggendo questo tuo post, sono felicemente scoraggiato. Un saluto da Napoli.

    • Grazie del tuo intervento Salvo!

      io feci una volta un colloquio per un intercambio in Sichuan per insegnare inglese. (Ho inegnato in Thailandia e dopo ho fatto un corso di abilitazione on line, che mi ha procurato questa opportunità in Cina.
      Intervista audio durata 2 minuti, c’erano dei problemi di connessione. Ho parlato altri 15, dopo il mio esaminatore che avrà avuto 20 anni mi ha rifiutato, giusto perchè non ero madrelingua. Il razzismo ha tante sfaccettature.

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