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Iran, quando l’impegno non basta

Dopo la pausa del Brasile 2014, dove ho guardato distrattamente due primi tempi (Italia-Costarica e Argentina-Belgio) in tutta la competizione, questi mondiali me li sto godendo come non mai.  Anzi, a dirla tutta, ho guardato più calcio nelle ultime due settimane che negli ultimi quattro anni.

Senza la sacralità ossessiva di un tempo, la serietà e soprattutto la seriosità, per non parlare di quella che per un decennio almeno è stata la professionalità, di cui mi sono liberato da (Gulp! 9 anni???), mi godo le partite e gli spezzoni con puro godimento estetico. In parte perchè non c’è l’Italia e fin dall’inizio non c’è di mezzo il tifo, anche se fa parte dello sport simpatizzare per una squadra o l’altra quando c’è una partita. Ma intendiamoci, non è un semplice riappassionarsi al gioco che per anni mi era diventato indigesto e noioso. I Mondiali sono sempre stati molto di più di partite di calcio, per quanto fondati su un’identità fasulla, passata e che oggi viene rispolverata in chiave razzista e sciovinista da chi ci mostra il dito così non dobbiamo guardare alla luna, ma sto divagando… Mi trovo in Spagna da quasi un mese, e memore del fatto che ero in Spagna anche nel 2010 quando la Roja vinse il Mundiale in Sudafrica, così come mi trovavo in Portogallo quando i lusitani vinsero i campionati Europei di 2 anni fa, e che fino a un mese fa pensavo sarei stato ancora a Vila Real, al confine tra le due nazioni, credevo che il culmine emotivo di questi Mondiali sarebbe stato l’emozionante 3-3 del 2° giorno di competizione tra le due squadre iberiche.  E invece dal “gruppo della muerte”, il girone nettamente più difficile e competitivo, è venuta fuori a sorpresa la squadra che mi ha affascinato di più in questi campionati. E no, non è il Marocco, che come paese mi piace molto, e il caso vuole cominci geograficamente proprio tra Spagna e Portogallo, con il piccolo intermezzo dello Stretto di Gibilterra, che una volta erano le colonne d’Ercole e ancora oggi sono il simbolo che divide la ricca Europa dall’Africa affamata, ma devo smetterla di sconfinare nella geo politica, che in teoria questa voleva essere una pura riflessione calcistica, ma ormai non lo è più. La grande sorpresa di questo mondiale per me è l’Iran. Un’altra nazione che mi affascina, tanto che ne approfitto per ripubblicizzare Un altro giro di Arak, che non vedo l’ora di leggere, anche se non necessariamente di comprare, e che per omaggiare lo Zinna, impagino queste riflessioni alla sua maniera, senza paragrafi e senza a capi, perchè sono cose pensate e per essere lette tutte di un fiato. L’Iran come nazione è ricca di storia, gli iraniani e le iraniane che ho conosciuto sono tutti tipi tosti, il governo è uno dei più schifosi che esistano e con questo mi sto giocando il visto caso mai volessi farci un salto prossimamente, ma allo stesso tempo la squadra di calcio dell’Iran che si è vista in questi mondiali giocava il più classico del calcio all’italiana (e guardacaso la loro bandiera è un tricolore uguale al nostro e a quello del Messico, che guardacaso è la mia altra squadra preferita di questi mondiali), che qualcuno stigmatizza come catenaccio, ma che per chi conosce e apprezza veramente il giuoco e sa che pure gli americani lo ammettono, che Attack sells tickets, but Defense wins games, è solo un modo di giocare, lecito quanto il suo opposto Tiki Taka, efficace, vincente e financo divertente.

Quindi se vogliamo un riferimento più moderno, questi iraniani giocavano come l’Atletico Madrid del Cholo Simeone. Difendendo in 11 coi denti al limite dell’area con concentrazione feroce e una garra, una grinta che se le partite si decidessero solo per quello sarebbero il Real Madrid e avrebbero vinto 3 Champions League di fila, e invece sono l’Atletico e si sono dovuti accontentare dell’Europa League e 2 finali di Champions perse col Real, perchè alla fine va bene la poesia, il mito di Davide contro Golia, ma 99 volte su 100 vince la squadra con più talento e più soldi, non importa come giochi. Questi iraniani poi erano anche un po’ provocatori e non perdevano occasione per fare sceneggiate e perdite di tempo tipiche italiane, che ci hanno resi calcisticamente la nazione più odiata al mondo, a ragione, anche se poi così fan tutti e tutti ci copiano. E comunque non ho visto squadre meglio organizzate tatticamente ed era evidente a chi ne capisce un minimo di Eupalla che non giocavano per il pareggio, ma appena potevano partivano in contropiede e  attaccavano, andando sempre in verticale. E Ovviamente alla fine sono una compagine di giocatori dei quali nessuno gioca in un grande club, quindi il talento è limitato, anche se c’era diversa gente che dava del tu al pallone, per usare un luogo comune che andava di moda un po’ di anni fa., ma per quel che ho visto l’Iran è sicuramente tra le migliori 16 di questo mondiale. E avrebbe probabilmente passato il turno in qualsiasi altro girone, escluso forse quello di Belgio e Inghilterra.  Ma quel che mi è rimasto più impresso di questo Iran sono state le scene di disperazione ieri sera, dopo la partita con Il Portogallo. Giocatori che teoricamente verranno accolti come eroi al ritorno a casa, perchè hanno fatto molto di più di quel che gli si chiedeva e ci si aspettava, che hanno dato davvero tutto e di più e che però non riuscivano a darsi pace e piangevano disperati. Ecco, forse questa è la condanna di quando giochi solo per il risultato che poi non riesci ad andare oltre il risultato. E allora mi rimane il dubbio che è mancato questo, più del talento, a questo gruppo: la capacità di non prendersi troppo sul serio, che alla fine il calcio, così come la vita, è un gioco, e non c’è nient’altro da fare che giocare The right way, che il risultato finale prescinde da troppe cose che vanno oltre il nostro controllo, per quanto i marketers e i winners di tutto il mondo pensano di aver trovato il segreto del successo e di venirtelo a spiegare. E siccome questo in teoria è un blog di viaggi, anche se viaggio può essere inteso in modo metaforico, ovvero un viaggio mentale, per cui alla fine posso scrivere di tutto, fintanto gli dò una vernice visionaria, e comunque scrivere è una terapia e oggi è stata una giornataccia finora, spero il punto più basso di un periodo dove non me ne va bene una. Però si sa che al peggio non c’è mai fine e la testa continua a scoppiarmi da stamattina, per cui fanculo Yoast SEO e tutte le sue regolette, non c’è parola chiave da promuovere, nè miglioramenti da fare in queste mille e duecento parole, che andranno presto perse come le lacrime degli iraniani. E le mie. E di tutti quelli come me che cercano di giocare The right way, anche se probabilmente non hanno idea di cosa voglia dire, ma i risultati continuano a dargli contro, a torto o a ragione.

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