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La spiaggia più bella del Giappone, tutta per me

Maheama beach, tutta mia

Per quanto l’atmosfera sia idilliaca, la sinergia tra la cantante (una post sessantottina di Okinawa coi capelli grigi lunghi fino alle ginocchia) e il pubblico è forte, la musica gradevole, tutti sono felici, allegri e rilassati, dopo solo un quarto d’ora che sono arrivato, sento già il bisogno di alzarmi e allontanarmi.

Sono quasi due mesi che vengo a camminare su questa meravigliosa spiaggia un giorno sì e un giorno anche, e se durante la settimana di vacanze più congestionata del Giappone, la “golden week”, ho incontrato forse una ventina di persone a visita, normalmente se ne vedo tre sono tante. Le due-trecento che stanno seguendo adesso la Music Convention mi sembrano una folla insostenibile. La spiaggia non è più tutta per me.

E’ la mia penultima domenica a Miyako, lunedì prossimo volerò a Okinawa e quattro giorni dopo saluterò il Giappone, diretto in Corea. Escludendo la settimana della gara di triathlon, ho passato due mesi in una Guesthouse come unico ospite. I proprietari vivono nella casa a fianco ed entrano una volta a settimana a ritirare la spazzatura. Un paio di volte mi hanno invitato a dei barbecue in famiglia. Li ho ricompensati offrendo loro una lezione di yoga. Avrei voluto offrirne di più, considerando che ho preso lezioni gratis di karate tre volte a settimana da un loro cugino, ma non erano interessati. Purtroppo la barriera linguistica è rimasta insormontabile, e due mesi dopo e i nostri contatti sono rimasti minimi, nostro malgrado.

La porta d’entrata della guesthouse è senza chiave. Una di quelle porte scorrevoli che puoi bloccare dall’interno, e ho bloccato giusto le prime due o tre notti, ma non quando esci. C’è una cassetta di sicurezza dove conservo il Passaporto e documenti vari, ma chiunque avrebbe potuto entrare e rubarmi il computer mentre non c’ero. Ovviamente nessuno lo ha fatto, perchè siamo in Giappone e a Shimoji, si conoscono tutti. E’ bello vivere in un posto dove non devi preoccuparti di chiudere la porta di casa.

Turisti, anche giapponesi, a Miyako ne ho visti davvero pochi. E anche adesso che sono tutti qui ad ascoltare musica dal vivo in uno scenario incantevole, mi basta camminare un centinaio di metri per tornare nell’assoluta tranquillità. Arrivo fino all’inizio dell’area del Tokyu Resort, l’hotel più lussuoso dell’isola, dove normalmente concludo la mia passeggiata. Saranno non più di cinquecento metri dal palco, ma sufficienti perché non si senta più nulla. Quando torno indietro gli altoparlanti diffondono musica latina: hanno cominciato a cantare i Salsa 5, una band che è un incrocio programmato tra gli Aventura e i Neri per caso. Vestiti tutti di bianco, cantano a cappella, in un misto di giapponese e spagnolo, cover di classici come “La vida es un Carnaval” di Celia Cruz o “Volare”, nella versione di Gypsy King.

Ploblems and erection day

Si scrive salsa ma in Giappone si legge sarsa. Così come Claudio diventa “Kuraudii”, si fa la “laundly” invece della laundry, si prenota un “fright” per Ros Angeles, e si grida “folza Miran are are are” se ti capita di andare a San Siro dopo aver fatto shopping in centro a Milano. O Mirano. Ah, e ovunque per Miyako si possono già trovare i cartelloni numerati dove settimana prossima si pubblicheranno i risultati ufficiali dell”erection day”.

I Giapponesi, a differenza dei Cinesi, non hanno problemi a pronunciare la “R”, però non riescono assolutamente a distinguerla dalla “l”. It’s a “ploblem”, or a “plobrem”, come mi ha detto una volta Ayako, mentre mi spiegava che in Giappone il colore del semaforo con cui si può passare è il “bru”, anche se la luce emessa è verde come in qualunque semaforo del mondo.

It’s a ploblem anche per me, che a volte non riesco a smettere di ridere, e questo delle “elle” scambiate con le “erre” non lo trovo nemmeno l’aspetto più divertente della lingua giapponese. Sentire parole come “reddo carpetto”, “yoga matto”, “giornalisto”, “sportsu” e “mangurobu”, o leggere lo spelling in Katakana di altre come “pizza” mi provoca moti di ilarità a volte più incontrollabili di pensare alla faccia del politico che vincerà le “erezioni”.

Amo Maheama e Shimoji

La musica latina mi mette di buon umore. Se l’America latina ti conquista con le sue allegre sonorità e l’allegria della sua gente, l’Asia è il luogo di forti odori e silenzi assordanti. L’Asia è un invito all’introspezione, ma in quei giorni in cui ti senti un po’ anemico e vorresti ricevere una carica dal mondo esterno, non puoi certo fare affidamento sull’armoniosa, mielosa, massì diciamocelo, tediosa e pallosa, musica locale.

Ma per tirarmi su a Miyako mi basta passeggiare fino a Mahema beach. Esco dalla mia guesthouse e seguo la strada che per un chilometro e mezzo passa in mezzo ai campi di canna da zucchero senza deviare di mezzo grado, prima di bucare per gli ultimi cento metri una foresta che impedisce la vista del mare da lontano e sbucare su un porticciolo. Ogni volta l’emozione di trovarsi su una striscia di sabbia bianchissima con la vista su di un mare cristallino di un paio di tonalità di blu, a cui si mischiano il bru del cielo, ma per fortuna non quello del semaforo, mi toglie il fiato. Alla sinistra il ponte sinuoso che porta all’isola di Kurima che si vede in fronte alla spiaggia, distante meno di due chilometri e sulla destra la vista sulla spiaggia si perde fino all’orizzonte. Impagabile.

Shimoji in bassa marea. Completamente diversa quando la marea si alza


Eppure, per quanto sia suggestiva la passeggiata a Maehama beach, non è nemmeno la mia preferita a Miyako. Se invece di andare verso il mare vado verso il paesino di Shimoji, trecento metri verso l’interno, attraverso la strada principale per altri trecento metri fino al dojo dove faccio lezione di karate e al secondo e ultimo semaforo del paese giro verso l’aeroporto, mi trovo davanti al mio angolo preferito di Miyako. Parallela alla strada, ma con una boschetto non più largo di tre metri, sufficienti a non farti vedere e sentire il poco traffico o gli edifici in fronte, corre una passerella che costeggia un golfo il cui paesaggio cambia drasticamente a seconda della marea.

Non c’è sabbia in questo tratto di mare. Tra la stradina e l’acqua una terrazza a scaloni. La vista degli uccelli in volo, gli aerei in volo. E alla fine della passeggiata un piccolo tempio. E’ qui nei gradoni sotto il tempio che mi regalano un po’ d’ombra, che ogni tanto vengo a praticare yoga. E’ qui che normalmente concludo la mia passeggiata, contemplando la meravigliosa vista sul golfo, il dolce volo degli uccelli sulle mangrovie e il volo elegante degli aerei che stanno per atterrare o hanno appena lasciato la pista dell’atterraggio un paio di km più avanti.

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