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MEDITA-DIARIO: 1. prologo, il ritorno a Ko Phangan

Da quando avevo lasciato Ko Phangan sentivo di “DOVER” tornare sull’isola, come chi era fuggito dall’isola di LOST


Lasciai Ko Phangan ai primi di Aprile del 2009 in modo traumatico. Dopo 4 mesi idilliaci, un tempo che sembrava non dovesse finire mai tanto mi sentivo beato e realizzato praticando yoga ad Agama, all’improvviso, durante il ritiro di meditazione “Hridaya”, decisi che era ora di di andarmene e non tornare, nonostante avessi si un biglietto aereo di uscita di li a pochi giorni, ma anche uno di ritorno dall’Italia a fine mese, e 200 euro già impegnati come acconto per il corso intensivo di 3 mesi per insegnanti di yoga, che non ho mai fatto.

Ancora adesso fatico a mettere tutto nella giusta proporzione: fu il panico che mi prese nel vivere i primi giorni da disoccupato dopo 7 anni da sogno in giro per il mondo, pagato per fare un lavoro che mi prendeva di norma un paio d’ore al giorno e potevo fare nel sonno tanto mi era diventato facile, anche se mi ci ero preparato mentalmente da inizio anno?

O semplicemente fuggivo da quella ragazza di cui mi ero così violentemente invaghito, che però era troppo presa a trovare sé stessa per darmi una speranza, anche se le piacevo ben più di quanto ammetterà mai?

O la semplice presa d’atto, improvvisa quanto però razionale, che mi ero sottaciuto certi atteggiamenti ideologici dentro la comunità, che mi fecero capire che il mio coinvolgimento là dentro poteva arrivare solo fino a un certo punto, ed era semplicemente arrivato il momento di andare altrove? Sicuramente un po’ di tutto questo, più magari quell’ingrediente segreto che come tale rimane ancora un mistero anche per me.

Fatto sta che dopo anni di intensa coltivazione del mio lato spirituale in giro nel sud est asiatico, ho sentito l’urgenza di dar sfogo alla “mi alma latina” e non sono mai tornato da queste parti per più di tre anni, nonostante Ko Phangan fosse diventata per me come l’isola di Lost: con bassi e più bassi, da quando me ne sono andato la mia vita è stata sostanzialmente miserabile e con un vago senso di pentimento mai superato, tanto che come Jack mi sono detto più volte “We have to go back”!

Si, dovevo tornare dove tutto è cominciato per uscire da questa spirale di crisi, anche se poi a guardarmi in modo un poì più lucido e distaccato, non ho problemi ad ammettere che il sentirmi in crisi è più un tratto perenne della mia personalità che uno stato momentaneo.

Eccessi a parte e posto che da allora non ho più un lavoro fisso e la cosa inizia a pesarmi anche più di quanto i risparmi assottigliati mi possano far preoccupare, rimane un fondo non così sottile di verità che quell’esperienza mi ha cambiato per sempre, e se col tempo posso affermare con certezza che la maggior parte dei cambiamenti sono stati per il meglio e ho piantato tanti semi di cui sto vedendo crescere i frutti tra le tante difficoltà, prima di andarmene mi ero anche procurato una ferita profonda, che non si è mai completamente rimarginata.

Ecco quindi che quando lo scorso fine giugno, sentendomi perso come mai, decisi che avevo bisogno urgente di un ritiro di meditazione per rimettere ordine alla mia vita, e dopo affannosa ricerca su internet il primo disponibile fosse proprio sull’isola magica e maledetta, ho sentito una motivazione aggiunta per doverlo fare: tornando sul luogo del delitto, potevo avere finalmente quell’esperienza catartica c chiudere i conti con un passato irrisolto.

Categories: Blogroll, diary, Thailandia, thoughts

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