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Riflessioni sulla Via francigena



Confesso: fino allo scorso 19 giugno non sapevo nemmeno dell’esistenza della via Francigena. Fino a quel giovedì sera, quando trovandomi tra le mani uno di quei giornali free press sul treno che da Milano mi riportava a Como, ho letto di questo Alberto Conte che aveva organizzato un viaggio a piedi da Milano a Roma, sul percorso di quest’antica via medioevale.

Non ci ho messo molto a decidere di mettermi in cammino: il tempo di arrivare a casa e surfare il sito di Itineraria per saperne di più, mandare una mail il mattino dopo per chiedere di unirmi al gruppo, ricevere il pomeriggio stesso l’ok di Alberto Conte, e il giorno dopo ancora, sabato, ero a comprare di tutta fretta un paio di scarpe e attrezzatura varia che mi mancava per affrontare il viaggio, che sarebbe cominciato di lì a meno di 10 giorni.

Eh si, perché sarò sarò abbastanza giovane e in salute, ma non sono nemmeno un trekker abituale e quindi la mia impreparazione era pressoche completa. Stavo facendo una follia? In parte, certamente.

Ma ho la fortuna di avere un lavoro che gestisco via internet e non ho una famiglia da mantenere, il che vuol dire che da qualche anno conduco una vita sempre in viaggio e leggendo quell’articolo ho sentito irresistibile quel richiamo a cui non riesco (oserei dire non posso e non voglio) a sottrarmi.

Probabilmente solo chi viaggia – è in cammino – da un po’ capisce di cosa parlo.

Non avendo esperienze passate, né il tempo di prepararmi mentalmente a un pellegrinaggio, sono partito con un’idea molto vaga di quello che mi aspettava e l’intenzione quindi di cominciare diversi tipi di viaggio. Sapevo che mi aspettava un qualcosa di simile al cammino di Santiago, anch’esso per me un semisconosciuto, tanto che temevo che chi lo affrontasse lo facesse quasi esclusivamente per motivi religiosi.

Nulla in contrario, ma da anni ormai vivo come una grossa limitazione qualunque religione che cerchi di ingabbiare il mio percorso spirituale in verità rivelate, che la mia ragione e la mia esperienza rifiutano. Per cui se, da ex studente di filosofia la mia fame di ricerca verso un qualcosa che vada oltre la quotidianità dell’esistenza è sempre grande, e questo viaggio era sicuramente un’ottima occasione per nutrirla, non poteva essere questa per me l’unica ragione.

Anzi tra i tanti propositi principali, c’era quello ben più materiale di provare un’impresa sportiva: il poter dire “ho fatto 750km a piedi in un mese da Milano a Roma” mi è suonato fighissimo dal momento in cui me lo sono detto la prima volta e il mantra che mi ha fatto sostenuto ad ogni crisi.

E poi volevo camminare in mezzo alla natura, fare un tour enogastronomico (mi sono imposto prima della partenza di assaggiare una specialità locale al giorno ed è forse l’unico proponimento che sono riuscito a rispettare ogni giorno) e andare alla scoperta della provincia italiana, dei suoi luoghi e le sue genti. Il tutto con un gruppo di sconosciuti, con i quali condividere anche i pochi metri quadrati di un pavimento in sistemazioni di fortuna e mentre portavo avanti il mio lavoro che non c’entrava nulla col viaggio.

Non ci vuole molto a concludere che probabilmente stavo chiedendo troppo. Infatti, arrivato a Siena dopo venti giorni in viaggio e arretrati di lavoro che si accumulavano, mi sono preso un necessario giorno di pausa per staccarmi dal gruppo e rimettermi in pari col lavoro.

In quel giorno ho capito che se da un lato le gambe avevano recuperato brillantemente degli sforzi sostenuti e anzi erano forti come non mai, dall’altro avevo accumulato troppe emozioni, sensazioni e stimoli, e che andare avanti solo per poter dire che sono arrivato alla fine, mi suonava a quel punto come un inutile forzatura.

Come mi ripeteva sempre il saggio Alfredo, il cammino è un cammino personale. Ognuno ha il suo cammino e il mio cammino pretendeva immediatamente dell’altro tempo per me stesso, per lasciare decantare tutti gli input e cercare di dargli un senso prima che diventassero un frullato unico e indistinto, dove avrei finito col perdere il significato originario di viaggiare lentamente. In una parola, dovevo fermarmi.

Figuriamoci, sono passate due settimane da quando ho interrotto il viaggio e scrivo queste riflessioni e questo processo di immagazzinamento e rielaborazione lo sento ancora agli albori.

Non ce l’ho fatta ad arrivare fino a Roma, la fortuna di avere un lavoro che si gestisce via internet vuol dire anche che quasi ogni minuto libero lasciatomi libero dal cammino è stato assorbito dal lavoro, ma è stata comunque una grandissima esperienza.

Peccato, perché fisicamente mi ero gestito benissimo, non vergognandomi di tagliare due-tre tappe in cui l’attraversamento della tangenziale di Piacenza sulla via Emilia o per arrivare a Massa servivano a nulla più che a rischiare di essere investiti solo per soddisfare l’ideale, più edonistico che ascetico considerando le condizioni della via Francigena oggi, di fare tutto il viaggio tutto, sulle proprie gambe.

Gambe che mi avrebbero portato tranquillamente fino a Roma, ma che senso aveva andare avanti se non avevo più le energie mentali per essere consapevole di quel che stavo facendo? Proprio adesso che era iniziata la parte più interessante e dovevo fare il massimo sforzo?

Mi sono trovato come quei ciclisti che affrontano per la prima volta un Giro d’Italia: in genere finisci la benzina nella terza settimana, quando si decide la classifica. E siccome il risultato non era arrivare al traguardo per primo, ma gustarsi ogni istante dell’esperienza, mi sono convinto che quel tratto da Siena a Roma meritava di essere affrontato con più calma. E così sarà. Un motivo in più per tornare sulla via.

vecchi e nuovi Pellegrini sulla via Francigena

Cosa mi rimane allora dopo questi venti giorni in cammino? Che cosa posso lasciare in eredità a chi si accinge a ripercorrere queste strade che sono così diverse da quelle solcate secoli orsono da Sigerico?

Per me tengo i tanti momenti in cui ho scelto di camminare in solitudine per godermi i panorami senza distrazioni e quelli che ho condiviso con i tre diversissimi gruppi di compagni di viaggio che si sono alternati. Persone molto diverse tra di loro, ma ognuna delle quali ha rappresentato uno stimolo e un arricchimento e mi rimane sinceramente un po’ di rammarico per non aver potuto dedicare più tempo ai rapporti personali, ma in cammino preferivo stare da solo e dopo avevo troppo spesso da lavorare.

Per chi compie un viaggio del genere d’estate la difficoltà principale è il caldo. E allora vale la pena di fare lo sforzo di alzarsi all’alba per sfruttare le poche ore fresche del giorno per camminare. Facile a dirsi, molto più difficile a farsi, soprattutto se a mezzanotte sei ancora a smadonnare davanti al pc e il tuo giaciglio è la prima fila della gradinata di una palestra, ma queste difficoltà sono parte della bellezza del viaggio.

Però è innegabile che i giorni in cui sono riuscito ad alzarmi e partire presto, sono stati indubbiamente quelli in cui me la sono goduta di più. Perché così riesci magari ad arrivare a destinazione per l’ora di pranzo e ti rimane il tempo per recuperare dallo sforzo e dedicarti a esplorare in tranquillità i paesi, spesso splendidi, dove ci siamo fermati.

Altrimenti diventa una marcia forzata. E soprattutto aiuta tanto a prendersela comoda durante il cammino, a improvvisare, farsi catturare dagli eventi e dalle chiacchiere dei baristi dove ti fermi a prendere il caffè, senza l’assillo di guardare l’orologio o di affrettarsi perché ogni minuto che passa sole e afa si fanno più minacciosi.

Del mio viaggio enogastromico ho ancora in bocca il gusto della raspadura nel Castello di Chignolo Po, i panzerotti a Piacenza accompagnati da dell’ottimo Gutturnio fermo, i testaroli a Pontremoli, la pizza modenese e alveare di Aulla, la panzanella ad Altopascio, la vernaccia bevuta a Monteriggiori, la ribollita e il gelato world champion al gusto di vernaccia e champelmo a San Gimignano.

Dal punto di vista paesaggistico il tratto meno appagante (che non vuol dire necessariamente che non è interessante, comunque) è stato sicuramente il primo, nel pavese e nel lodigiano: il caldo umido della pianura padana infestata da zanzare non lascia generalmente sensazioni piacevoli. Passaggi che comunque è valsa la pena fare, allietati da momenti pittoreschi come la scorta dei Cavalieri dell’Ordine del Guado da Chignolo Po a Orio Litta e il guado del Po a Calendasco.

Il fondo, almeno nel gradimento generale del gruppo, lo si è raggiunto nella tappa, che passa tutta in mezzo ai campi, che va da Piacenza a Fiorenzuola, ma da Fidenza in poi lo scenario muta drasticamente. Ci si avvicina al Passo della Cisa e si affrontano i dislivelli più ampi tra Milano e Roma, passando per borghi medioevali ancora intatti e per strade pietrate impegnative, ma sempre stimolanti.

Attraversate Lunigiana e Toscanella, assaggiata un po’ di Liguria, si arriva a costeggiare l’unico tratto con vista mare della via Francigena. Personalmente ho apprezzato molto la decina di chilometri camminati sul lungomare in Versilia: non c’entreranno nulla con la via Francigena, ma sono stati un piacevolissimo diversivo.

Da Lucca in poi ci si tuffa nella meraviglia dei colli e le valle toscane e da qui a Siena le bellezze si susseguono quasi senza soluzione di continuità, lasciando pochi momenti di pausa per pensare alla fatica che si sta facendo. Si toccano posti ormai conquistati dal turismo di massa, ma anche nella San Gimignano assalita dai pullman di vacanzieri, si riescono a trovare angoli di incantevole tranquillità.

Dal punto di vista “tecnico” sicuramente il navigatore GPS che avevamo in dotazione è stato di grande aiuto. Anche se è successo un paio di volte che l’inseguire una traccia che era sbagliata mi ha portato a incastrarmi tra i rovi, sono sicuramente molte più le occasioni che mi ha tirato d’impaccio dai dubbi e le inevitabili, quanto scoccianti, situazioni in cui smarrisci la retta via.

L’altra scoperta tecnica sono stati i bastoncini: era la prima volta che li usavo e me ne sono innamorato subito, tanto da usarli perfino nei tratti in asfalto e bucare dopo pochi giorni i gommini di protezione. Ma vuoi mettere con la fatica che risparmi ai tendini, scaricando il peso sulle braccia?

Anche le scarpe da camminata mi sono sembrate la soluzione più adatta per questi percorsi: più leggere di scarponcini da trekking che con questo caldo e sui tratti d’asfalto ti cuociono i piedi, e comunque più performanti e stabili di un paio di sandali.

L’errore che invece non dovrò ripetere nelle future esperienze di questo tipo è di non caricare troppo lo zaino. Anche qui parte della colpa è del computer che mi sono dovuto portare dietro, ma partire con oltre 10kg sulle spalle, a meno di essere particolarmente forti e robusti, vuol dire prepararsi a trasformare il proprio cammino in martirio.

Ammetto che se non avessi potuto scaricare molta roba nella macchina d’appoggio (un’opzione comunque generalmente non disponibile al pellegrino), probabilmente avrei abbandonato molto prima. Quel dolore ai muscoli dorsali è un po’ come le vesciche sotto i piedi: non migliora col passare dei giorni se continui a camminare, devi solo riposarti. Eppure a parte una giacca di troppo non è che mi sembrasse ci fosse molto di superfluo.

Chi ha fatto il cammino (o meglio i cammini) di Santiago mi ha detto che su quei percorsi in genere non passano mai più di 5 km senza incontrare una fontana, un paesino, un bar e perfino un ostello. La maggior deficienza della via Francigena oggi è quella dell’ospitalità.

Questo è un tipo di viaggio che normalmente si affronta da soli e noi spesso abbiamo trovato alloggio solo perché eravamo un gruppo numeroso che stava testando un percorso sotto il patrocinio del ministero dei beni culturali. E nonostante ciò diverse volte abbiamo dovuto fare tappe più lunghe di 30km ed uscire dalla via per trovare una sistemazione di fortuna in palestre comunali o parrocchie.

Bisogna fare in modo. per l’immediato futuro di questo cammino, di avere molti più punti di accoglienza, ostelli semplici dove avere un letto o almeno un materasso dove stendere il tuo sacco a pelo. Se c’è l’ostello allora lavora anche un bar ristorante e si risolve il problema della lunghezza delle tappe.

A quel punto si possono pensare a tutte le variazioni sul percorso base: sempre a detta dei veterani di Santiago la varietà e la bellezza della via Francigena sono decisamente superiori, ed è un peccato dover rinunciare a talune deviazioni per andare a vedere quella pieve piuttosto che andare a bere il caffè al paesino, perché sei già allo stremo delle forze.

E per finire vorrei tornare sulla dimensione del viaggio organizzato. Sarà che sono troppo abituato a viaggiare in modo indipendente e per questo conoscere molta più gente, ma mi sono reso conto che più passava il tempo e più diventavo insofferente alle dinamiche del gruppo e cercavo istintivamente di isolarmi per riguadagnare i miei spazi.

D’altronde nel gruppo c’è colui a cui piace alzarsi presto e il dormiglione, chi cammina veloce e non si ferma mai e chi cammina lento e si ferma sempre. Chi cammina veloce e ama fermarsi e chi cammina lento, ma non fa soste. Chi a pranzo si accontenta di due bocconcini e via e chi se lo vuole gustare in tranquillità. E per tutti è frustrante, ma inevitabile quando si presentano quindici persone allo stesso tavolo, sedersi al ristorante alle otto di sera ed essere serviti alle dieci.

Il fatto è che il bello del cammino è che ognuno ha il suo cammino, e nonostante che non veda l’ora di rivedere tutti i miei compagni di avventura alla reunion di fine settembre, non posso esimermi dal consigliare a chi vuole andare sulla via Francigena, di farlo da soli o al massimo in compagnia di una o due persone con le quali si è abituati a viaggiare.

(relazione per Itineraria, scrittanell’agosto 2009)

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