Diari della motocicletta vietnamita

Mui Né ha l’aria di essere un bel posto in alta stagione (ovvero da ottobre a marzo), quando il vento soffia forte e costante, attraendo la tribù dei kiters e un gruppo che va rapidamente crescendo di expats.

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Quando ci arrivo io però l’alta stagione é appena finita, per cui c’é pochissima gente, che sembra ancora meno dato che tutto il paese (o meglio le sistemazioni turistiche) si estendono per 13km di costa, su una sottilissima striscia di terra divisa dall’unica strada che la percorre.

Quando poi mi appresto a entrare in mare e vedo una medusa morta sul bagnasciuga (ne vedrò diverse altre nei quindici minuti di passeggiata a riva dopo il veloce bagno), mi passa del tutto la voglia di stare qui, anche se Ideh mi ha detto che queste meduse sono innocue.

Ideh é una tedesca che vive qui da due anni e gestisce il Pogo, un bel bar sulla spiaggia. La conosco al Wax, un bar a fianco della mia accomodation (il popolare Hong D), intenta come me a smanettare sul portatile approfittando della connessione Wi-FI con vista oceano.

Ha 31 anni, mi racconta che é faceva l’avvocato fino a due anni fa, quando é partita per la Cina come prima tappa di un giro del mondo, che però si é concluso dopo meno di due mesi in Vietnam. Arrivata a Mui Né, pur non piacendogli inizialmente, parlando con una vietnamita che le ha offerto di affittare la terra di cui era proprietaria, sentito il prezzo ha deciso di fermarsi e costruire questo mega bar partendo da zero!

(…)

Mi alzo con calma e noleggio la motocicletta per andare a vedere le attrazioni locali. Sono in compagnia di Ideh e Jorge, un cileno che é reduce da sei mesi in Nuova Zelanda, ma si fa chiamare George perché da cileno medio americanizzato sembra vergognarsi della sua latinità , e con gli stranieri preferisce fare sfoggio del suo inglese, piuttosto che parlare spagnolo.

A Jorge piace correre ed evidentemente ha una bike, all’apparenza identica ma nei fatti decisamente migliore della mia, perché pur con Ideh alle spalle é più veloce di me che tengo pigiato l’acceleratore a manetta. Appena arrivati nello sterrato che precede le dune, Jorge continua a ritmi folli e mentre penso che sarebbe più saggio ridurre la velocità , vista l’abbondante presenza di pietre e sabbia, la mia ruota anteriore scivola e fortuna che faccio a tempo a saltare dalla moto prima che questa batta violentemente sul fianco.

Me la cavo con una mega sbucciatura al ginocchio destro e un ematoma alla coscia sinistra, mentre la moto sta decisamente peggio: tutta la parte destra é ammaccata seriamente, e una volta realizzato che non mi sono rotto niente, comincio a pensare terrorizzato a quanto mi costerà , memore di quella volta che a Ko Phangan mi estorsero una ventina di euro per due graffietti alla moto, che era scivolata praticamente da fermo in un pezzo di sterrato dalla pendenza impossibile, nelle impossibili strade dell’isola del Full Moon Party.

Comunque la nostra meta é a due minuti di strada e proseguiamo: sciaquata la ferita con acqua mi inerpico sulle bianche dune e quello che vedo in cima mi fa passare ogni pensiero all’ incidente: sotto di me una montagna di sabbia bianca che digrada in un lago azzurro, punteggiato da enormi fiori di loto verdi.
Purtroppo il sole che ci ha tenuto compagnia fino ai dieci minuti di arrampicata decide di andarsene proprio appena arrivati in cima, ma anche col cielo grigio e senza i riflessi di luce che abbiamo appena intravisto, lo spettacolo rimane mozzafiato.

La tappa successiva del nostro giro é il Red Canyon. Ma appena ci rimettiamo nello sterrato mi si spegne il motore e non si accende più. Siccome sono in riserva da mo’, penso che sia finita la benzina. Provo uno, provo due, provo tre, ma la moto non vuole saperne di ripartire, mentre i miei compagni di viaggio sono spariti nell’orizzonte davanti a me e non li vedo tornare. Comincio a pensare che non sia la benzina, ma l’incidente, e che se Jorge e Ideh non tornano, per me son davvero cazzi, perso in mezzo al nulla. Per fortuna, nonostante la mia totale ignoranza di meccanica, mi accorgo che il cavo collegato all’accensione é staccato, lo riattacco e la moto parte. Fiuuuuuuuu.

Alla fine dello sterrato trovo Jorge e Ideh che si erano fermati paciosi ad aspettarmi al benzinaio, ignari del mio problema d’accensione. Il benzinaio altro non é che un negozietto tuttofare con un cilindro di 5 litri di benzina azionata a pressione. Buon per me che la signora del chioschetto abbia anche dell’acqua ossigenata, così che posso finalmente lavare le mie ferite.

Al Red Canyon mi sento vicino allo svenimento: sarà per i postumi dell’incidente, sarà perché sono le quattro del pomeriggio e non ho ancora toccato cibo da quando mi sono alzato, sarà quel che sarà , ma questa seconda arrampicata, oltretutto su roccia che frana appena ci metti le mani, mi costa davvero tanto, anche se una volta in cima lo spettacolo, seppur non ai livelli di quello delle dune bianche, vale comunque la fatica.

Scendendo (dal comodo sentiero e non dalle rocce come all’andata), incontriamo al parcheggio un moto driver che mi fa un preventivo dei danni e mi dice che me la dovrei cavare con una ventina di dollari. Mi sembra troppo bello per essere vero, ma comincio a sentirmi meglio.

Ultima fermata del giro in moto é il paese di Mui Né, dove all’andata ero stato catturato dal colpo d’occhio delle centinaia di barche azzurre ancorate, ma quando finalmente ci fermiamo la luce se ne é andata quasi del tutto e la magia dello spettacolo di solo un paio d’ore prima é andata irrimediabilmente dissolta.

Torno alla Guesthouse, la donna che la gestisce quando vede la mia moto e le mie ginocchia prima mi chiede ossessivamente, ma con un filo di voce (perché poi in Vietnam le donne parlano tutte con un filo di voce?) “Why? Why?”, ma poi si offre di disinfettarmi e bendarmi il ginocchio, senza chiedermi niente in cambio. Arriva il proprietario della moto e gli dico il preventivo danni del suo collega. Lui inizialmente mi chiede 30 dollari, che in moneta vietnamita sarebbero 450.000 dong (480 in realtà al cambio ufficiale), ma poi mi dice che va bene 400.000, ovvero poco più di 18 euro. Mi é andata di lusso!

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