diary

12. Amor a la Filippina

potevo mettere la foto di una filippina nuda, ma questo blog è molto popolare tra ecclesiastici, minori di età e malesi

La prima cosa che faccio appena lasciati i bagagli in ostello, come del resto in ogni paese che visito, è comprarmi una sim locale per il cellulare e mandare subito un messaggio a Faiza. Il mattino dopo provo a telefonarle: il telefono squilla ma poi sembra mettere giù senza rispondere. Mi è già successo in passato di incontrare in viaggio ragazze che mi lasciano il numero e poi si negano, classico comportamento adolescenziale che ho deciso per questa volta di non fare passare liscio. Se mi lasci il numero poi mi devi dire in faccia che non vuoi incontrarmi o che, ma non ti permetto di liquidarmi semplicemente ignorando le mie chiamate, per cui continuerò insistentemente a telefonarti fino a quando non avrai il coraggio di rispondere al telefono.

Così la richiamo a intervalli di mezzora, con il telefono che dopo la prima chiamata con connessione interrotta risulta sempre spento, fino a quando nel pomeriggio non mi manda un sms scusandosi per il suo telefono che ha il microfono rotto, per cui ha ricevuto gli sms, sentito il mio messaggio in segreteria, ma non può parlarmi. E mi invita a passare la serata con lei. L’aspetto all’ostello verso le otto, ma alle otto e mezza non c’è ancora e risulta irreperibile al cellulare. Alle nove arriva un nuovo messaggio: scusa, ma stasera non posso. Chiarito l’equivoco la invito a venire con me il mattino dopo al parco marino di Tunku Abdul e lei accetta a patto che sia io a pagarle le spese, perché è appena tornata dalle vacanze ed è rimasta senza soldi. Faccio due rapidi conti e lo reputo un sacrificio accettabile.

L’appuntamento è al porto alle nove di mattina: io ci arrivo con mezzora di ritardo, ma lei non ci arriva proprio, nonostante la aspetti fino alle undici, fino a quando dissuaso dai nuvoloni che coprono il cielo e dall’orda di gruppi di cinesi che sembrano gli unici turisti diretti alle isole, non rinuncio a fare la gita da solo e torno verso l’ostello. Ovviamente lei è anche irreperibile al cellulare, per cui comincio ad assuefarmi all’idea di non rivederla più, quando passato mezzogiorno arriva il nuovo messaggio di scuse, ma lei si è appena svegliata e mi chiede a che ora torno dalle isole. Le rispondo che non ci sono andato e sono diretto alla spiaggia cittadina e la invito a raggiungermi lì. Nessuna risposta. E’ di nuovo irreperibile.

Sono sempre più convinto che mi stia prendendo in giro. Oppure non è nemmeno lei, magari ho sbagliato a scrivere il numero, quindi è qualcun altro che mi sta prendendo comunque in giro, ed è per questo che mi scrive solo messaggi e rifiuta di parlarmi. Per togliermi il dubbio le chiedo di chiamarmi. Verso le sei e mezza improvviso arriva l’sms: “Posso venire nel tuo ostello, right now, adesso?” “Ok, ti aspetto”, sollevato dal vedere finalmente all’epilogo questo tira e molla che va avanti da tre giorni. Arrivano le otto e lei non si è ancora fatta vedere e io ho fame. “Sto uscendo per andare a mangiare”, la avverto. “Arrivo in mezzora”. “Ti aspetto allora?”. Nessuna risposta. Alle nove esco rassegnato per andare a mangiare, deciso a metterci definitivamente una pietra sopra, e, toh!, la incontro sulle scale che sta salendo proprio mentre io le scendo.

Finalmente faccia a faccia, il feeling riscatta spontaneo e fulmineo. E tutti i pacchi e gli equivoci precedenti, che per lei non sembrano mai essere esistiti, passano immediatamente nel dimenticatoio. Subito mi risolve il mistero di quei lineamenti troppo inusuali sia per essere malay che cinese: Faiza è filippina del Mindanao, l’isola più meridionale e quindi vicina al Sabah, quella a cui è sconsigliato viaggiare per le tensioni interne ad opera di un gruppo di separatisti islamici, che in passato non hanno disdegnato fare ostaggi turisti per far valere le proprie, inutile sottolinearlo, assurde ragioni integraliste. Lei di fatto è una profuga: figlia di un alto ufficiale musulmano, è venuta via con la madre e un fratello, perché per nulla intenzionata a vivere segregata in casa e dietro a un velo.

Quando le chiedo cosa fa per vivere mi risponde che ha appena finito di scrivere un libro di origine storica e astrologica di nomi di persona, ne ha ricercati cinquemila, e aspetta di trovare l’editore per pubblicarlo. Ingenuamente pensa di poter prendere il cinquanta per cento almeno degli incassi. Ha ventisei anni ed è separata, senza figli. Ha mollato il marito da poco perché lui è marinaio e sta in mare diversi mesi l’anno, di qui il viaggio appena terminato, anche se la spiegazione non mi convince del tutto.

Mi racconta che l’ex marito e la madre stanno a Semporna, otto ore di bus più a sud, il punto di partenza per chi vuole andare a esplorare gli straordinari abissi marini di Pulau Sipadan, l’isola che fece dire a Jacques Costeau che non esistono fondali così ricchi di vita e bellezza in tutti i mari che ha solcato e solcherà. Faiza ha deciso di fermarsi per un po’ a Kota Kinabalu per cercare lavoro, ed è ospite di una zia, che però non le permette di uscire di casa da sola. Stasera è scappata di nascosto, approfittando di un impegno della sua parente. Questo il motivo del ritardo (non poteva uscire finché lei era in casa) e anche del curioso cappellino con capelli finti attaccati che porta in testa, del tipo di quelli che vendevano a San Siro ai tempi della Gullitmania, per non farsi riconoscere, dice.

Un’oretta o poco più dal nostro incontro ci scambiamo il primo bacio. Riempito lo stomaco ed esaurite le presentazioni ci abbandoniamo alla reciproca attrazione fisica. Prima di andare in bed, facciamo un salto al Bed, il locale più cool di Kota Kinabalu, dove ci lanciamo in sempre più ardite effusioni pubbliche, incuranti dei costumi malesi e dell’ottima banda presente sul palco. Quando non siamo più in grado di mantenere un minimo di decoro ci avviamo verso l’ostello, non prima che Faiza abbia verificato che io sia fornito di profilattici, come a togliere ogni dubbio su come debba andare a finire la serata.

E in camera, dopo che per rilassarci mi ha mostrato le foto del suo viaggio, dopo che l’atmosfera è di nuovo diventata surriscaldata, arriva il colpo di scena numero uno. “Forse dovrei tornare a casa stasera, poi ho il principio di ciclo”. “Up to you”, cercando di non mostrami deluso, mentre con un paio di baci appassionati le faccio di nuovo cambiare idea. E’ però in arrivo il colpo di scena numero due, quello definitivo: mentre mi infila voluttuosamente il goldone, come se quella fosse la cosa più eccitante da dire in quel momento e come se per tutta la sera non avessimo parlato di nient’altro che questo, col tono più naturale del mondo mi chiede i soldi per andare a trovare la madre a Semporna.

Cara Faiza, mi avevi conquistato subito. Sei bella, intelligente, simpatica, sono sicuro che non sei una puttana, anche se c’era qualche buco di sceneggiatura nelle storie che mi hai raccontato, ma questo non dovevi farmelo. Ero già disposto a portarti in giro con me a mie spese, come avevamo fantasticato poco prima, ma non puoi chiedermi soldi mentre mi infili un goldone.

E non mi interessa se poi sembri sinceramente delusa perché io a quel punto, dopo averti promesso di darti la metà di quello che mi hai chiesto, non abbia più voglia di fare l’amore e ti chieda di dormire e basta. E non m’importa nemmeno che i giorni successivi mi tempesterai di sms come e più di quanto ho fatto io fino a quando ti ho incontrato, implorandomi di rivederci e giurando di non chiedermi più un centesimo, ma io non sarò più in grado di crederti e perdonarti. La nostra storia, che era cominciata in modo così promettente, è finita in quel momento lì’. E ancora adesso mi dispiace.

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